L’immagine mostra tre famiglie LGBT+ con i loro figli. Il testo dice: «Chi è genitore in un paese, è genitore in tutti i paesi». Io sono d’accordo

Molti paesi dell’Unione europea non riconoscono ancora i figli delle coppie omogenitoriali.
Significa che, se la famiglia si trasferisce in un altro stato dell’Unione, i figli rischiano di diventare apolidi o di «perdere» un genitore. Tutto questo deve finire.

17 anni fa, l’Unione europea ha garantito ai suoi cittadini e alle loro famiglie il diritto di circolare e vivere ovunque desiderassero.

Ma per le persone LGBT è spesso difficile farlo, perché gli stati membri non riconoscono ancora le famiglie che si sono formate in altri paesi europei.

Queste lacune giuridiche colpiscono soprattutto i figli delle coppie omogenitoriali, che a volte vengono privati delle tutele che meritano. Possono non ottenere la cittadinanza, “perdere” i genitori o addirittura diventare apolidi.

Nel suo discorso del 2020 sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è impegnata a perseguire il «mutuo riconoscimento delle relazioni familiari». Le istituzioni europee devono ora garantire che le famiglie LGBT+ siano rispettate e trattate in modo paritario secondo il principio di libera circolazione nell’Unione.

La presidente von der Leyen ha giustamente dichiarato: «Chi è genitore in un paese, è genitore in tutti i paesi». Se sei d’accordo, firma questa petizione.

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Obiettivo:  0

C.a. Sig.ra Helena Dalli, Commissaria europea all'Uguaglianza, e ai membri del Parlamento Europeo:

La libertà di movimento è un diritto fondamentale che deve essere garantito a tutti i cittadini dell’UE, a prescindere dal loro orientamento sessuale o identità di genere. In particolare, i figli delle famiglie LGBT+ hanno bisogno di essere protetti.

Vi esortiamo quindi a proporre un nuovo Regolamento che imponga di riconoscere la validità dei documenti di stato civile, rilasciati in qualsiasi Stato membro, ai fini della legislazione nazionale. Ogni famiglia deve continuare a esistere anche quando si sposta all’interno dell’UE.

Le nostre storie: perché il tuo sostegno è importante.

«Nel 2014 abbiamo avuto la nostra piccola Francesca. È nata apolide, dal momento che in Spagna la nazionalità si ottiene dai genitori e non per ius soli. Perché Francesca ottenesse la cittadinanza spagnola (e un passaporto), dovevamo prima ottenere un passaporto britannico o greco. Cosa impossibile, perché i nostri paesi non ci riconoscevano come madri di nostra figlia. Nel 2017, per Francesca è arrivata una bellissima sorellina, Alexandra. Dopo un lungo periodo di mobilitazione e di lotte, entrambe hanno ottenuto la cittadinanza spagnola. Ma non sono ancora uguali agli altri bambini: nel Regno Unito, Francesca ha solo una madre, mentre Alexandra, in Grecia, non ha un certificato di nascita perché Kate non è riconosciuta come madre! Se io fossi un uomo greco e mia moglie fosse britannica, le bambine potrebbero avere dal momento della nascità la nazionalità britannica e greca, e un anno dopo quella spagnola».

Eleni Maravelia.

La legge ha il compito di regolamentare le varie realtà sociali. La nostra famiglia è una di queste, e mi dispiace che [...] il nostro paese [non] abbia il coraggio di ammetterlo. Non riconoscere il nostro matrimonio non può spezzare il legame che ci unisce. Ma può renderci la vita molto più difficile. È triste constatare che il tuo stesso paese può creare difficoltà e farti sentire insignificante, e sono sicura che molte persone conoscono questa sensazione».

Lilly Babulkova e Darina Koilova. Si sono sposate nel Regno Unito e stanno tentando di far registrare il loro matrimonio in Bulgaria, come richiesto a tutti i cittadini bulgari che si sposano all'estero.


«Noi vorremmo vivere e lavorare legalmente in Spagna. Eravamo convinte che sposarci avrebbe facilitato il processo e che ci saremmo potute trasferire in Spagna grazie alla legge sulla libera circolazione dei cittadini dell'UE e dei loro familiari non europei. La settimana scorsa, l’ufficio immigrazione spagnolo ci ha comunicato che, affinché il nostro matrimonio sia riconosciuto in Spagna e noi trattate come una coppia sposata (con i diritti e le responsabilità che questo comporta), dobbiamo fornire, oltre al certificato di matrimonio scozzese, un altro certificato di riconoscimento da parte dello stato civile polacco. La notizia ci ha profondamente turbato, perché in Polonia non è possibile registrare un matrimonio omosessuale, il responso dello stato civile sarebbe, per forza di cose, negativo. E non sappiamo nemmeno se riceveremo una spiegazione scritta delle ragioni del rifiuto".

Una coppia di donne russo-polacca (agosto 2019)

«Siamo tornate in Irlanda a ottobre dell'anno scorso, sperando che per allora sarebbe stata in vigore una legge che riconoscesse la nostra famiglia. Io figuro sui certificati di nascita dei nostri figli, ma in questo paese, per loro, sul piano legale sono un’estranea. I nostri due figli ora hanno 5 anni e 1 anno. Per nostra figlia di 5 anni abbiamo dovuto firmare una dichiarazione giurata in cui affermavo che Angela era l'unico genitore coinvolto nella sua vita. Anche se sono presente sul suo certificato di nascita! Sono stata esclusa. Non esisto. Non posso firmare i documenti medici, e nemmeno quelli per farle cominciare la scuola a settembre. Per nostro figlio di un anno, abbiamo finora rimandato la richiesta di passaporto per non dover firmare un’altra dichiarazione giurata, nella speranza che la legge permettesse all'ufficio passaporti di riconoscere il mio nome sul suo certificato di nascita. Ora dobbiamo decidere se firmare un’altra dichiarazione giurata (ovvero mentire davanti alla legge) o richiedere la tutela legale al compimento dei due anni, il prossimo febbraio, e solo dopo fare richiesta di passaporto, che ci serve per un viaggio. Per lui non ho potuto firmare moduli di consenso medico. All’appuntamento per le vaccinazioni mi hanno quasi respinto perché non sono la sua "vera madre". Ognuno di questi alterchi mi colpisce emotivamente. Noi vogliamo solo che ci riconoscano come famiglia».

Una coppia di donne irlandesi (novembre 2019)

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Domande e risposte su questa campagna

Che obiettivo ha la campagna?

Molte famiglie dell’Unione europea smettono di essere considerate tali non appena mettono piede in un altro paese. Il motivo è semplice: benché l'UE permetta alle coppie sposate di trasferirsi e stabilire liberamente la propria dimora sul suo territorio, la regola non vale per le coppie dello stesso sesso. Se una coppia omosessuale sposata si trasferisce in un paese europeo che non riconosce a tutti la possibilità di matrimonio o unione civile, perde automaticamente i suoi diritti. Questo mette la coppia – e i figli – in condizioni di pericolo e vulnerabilità. La nostra campagna chiede all’Unione europea di risolvere il problema.

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La libertà di circolazione non è un diritto fondamentale per tutti i cittadini europei?

Sì, uno dei diritti fondamentali dei cittadini europei è la libertà di circolazione. Significa che «ciascun cittadino dell'Unione ha il diritto fondamentale e personale di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri», e che il diritto va riconosciuto anche a tutti i suoi familiari, quale che sia la loro nazionalità.

Ma non è ancora chiaro se il diritto interessa anche le famiglie omogenitoriali. Nel 2018, la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito, nel contesto del caso Coman, che i matrimoni tra persone dello stesso sesso andrebbe riconosciuti da tutti gli Stati membri. Il caso riguardava il signor Coman, un rumeno il cui partner americano, intenzionato a trasferirsi in Romania, si era visto rifiutare il permesso di soggiorno in quanto i due formavano una coppia omosessuale. A oggi, la Romania non gli ha ancora concesso il permesso di soggiorno.

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Cosa significa, in concreto, libertà di circolazione per le famiglie?

«Se una famiglia si trasferisce all’interno dell’UE, l’atto di matrimonio dei genitori e quello di nascita dei figli sono riconosciuti. I genitori hanno i tutti i diritti e i doveri delle coppie sposate. Davanti alla legge, i figli hanno due genitori. La famiglia è così in grado di concentrarsi sulla ricerca di un lavoro e di una dimora». (Fonte in inglese)

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Cosa succede alle famiglie omogenitoriali quando si trasferiscono in un altro paese?

Purtroppo molti paesi dell’Unione europea non riconoscono ancora i legami giuridici tra partner dello stesso sesso (e i loro figli). Molte famiglie si ritrovano così in un limbo legale. In questo caso, agli occhi della legge la coppia smette di essere tale: «Diventano due persone prive di legami, e i loro figli passano dall’avere due genitori a ritrovarsi con uno solo, o in certi casi (in presenza maternità surrogata) nessuno». (Fonte in inglese)

Signifca che un figlio, se la famiglia si trasferisce all’interno dell’UE, può "perdere" un genitore?

Sì, e non solo. Se, mentre la famiglia è all’estero, al genitore biologico succedesse qualcosa, il bambino potrebbe diventare orfano. A volte i figli delle famiglie omogenitoriali non riescono a ottenere la cittadinanza e rischiano di diventare apolidi. Si vedono negare diritti fondamentali come quelli all’identità, al cognome e alla cittadinanza. Questo significa che le famiglie dello stesso sesso non possono circolare liberamente, né possono progettare una nuova vita altrove.

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Sarebbe davvero diverso se i genitori di nazionalità diverse fossero eterosessuali?

Facciamo un esempio concreto: se una famiglia fosse composta da un uomo greco sposato con una donna britannica, i figli potrebbero avere fin dalla nascita la cittadinanza britannica e quella greca, e dopo un anno ottenere quella spagnola.

Se la famiglia è composta da due madri, una greca e una britannica, che mettono al mondo i figli in Spagna tramite inseminazione nella madre greca, i figli non avranno la cittadinanza. Questo perché la Grecia non accetta che su un atto di nascita compaiano i nomi di due donne, perché il Regno Unito esige che i genitori siano sposati e l’inseminazione avvenga sul territorio nazionale, e perché in Spagna la cittadinanza si riceve dai genitori. Non si diventa cittadini spagnoli semplicemente nascendo lì.

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Cosa succede se un figlio non ha cittadinanza?

Non può ottenere un passaporto né lasciare il paese in cui si trova. Sembra una cosa banale, ma immaginiamo che si realizzi l’incubo di ogni genitore: un figlio affetto da una malattia mortale che necessita di cure in un altro paese.

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E se nel loro paese le famiglie omogenitoriali sono pienamente riconosciute?

Non importa. Se una famiglia omogenitoriale «va in vacanza in alcuni paesi europei e al figlio succede qualcosa, uno dei due genitori non potrà firmare i documenti medici perché, una volta superata la frontiera, il legame genitoriale smette di esistere. (Fonte in inglese).

Può succedere anche alle coppie omosessuali che non hanno figli: «mettiamo che una delle due persone abbia un incidente e debba ottenere un consenso medico. Se la coppia non è riconosciuta, non potrà riceverlo», ha dichiarato a Euronew Alin Tryfonidou, docente di diritto europeo all’università Neapolis di Paphos.

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Ci sono altre conseguenze per le famiglie?

Sì, ci sono conseguenze negative in materia di tasse, successione, accesso alle cure e congedo parentale.

I genitori LGBT+ hanno problemi a viaggiare con i figli e a firmare documenti per la scuola o per le loro attività. Hanno problemi, per esempio, a ricevere riduzioni allo zoo, al cinema, in piscina.

E i figli possono avere problemi da adulti: per esempio quando cercano di sposarsi presentando un atto di nascita non riconosciuto su cui figurano due genitori dello stesso sesso.

Com’è possibile?

All’interno dell’UE, i documenti relativi allo stato civile come gli atti di matrimonio o di nascita non vengono riconosciuti automaticamente. Se un paese non accetta che un figlio abbia due madri, per esempio, si rifiuterà di registrare i documenti emessi all’estero. Solo alcuni paesi riconoscono pienamente tutti questi documenti (legalmente emessi in un altro paese europeo).

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Come può intervenire l’UE?

L’Unione europea non ha competenza in materia di stato civile, che è prerogativa dei singoli Stati. Ha però potere sulle questioni transfrontaliere, come quelle che colpiscono le famiglie omogenitoriali. Di seguito alcune azioni che può intraprendere.

  • Azioni legali contro la Romania per il mancato riconoscimento della sentenza Coman (i matrimoni omosessuali dovrebbero essere riconosciuti in ogni Stato membro) e misure coercitive contro tutti gli Stati membri che non si adeguano.

  • Eliminazione della frase «qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio» dalla direttiva sulla libertà di circolazione (Direttiva 2004/38/EC).

  • Sostegno nei contenziosi strategici per ottenere maggiori diritti/benefici rispetto a quelli offerti dal permesso di soggiorno.

  • Proposta di una legge che richieda a tutti gli Stati membri di riconoscere nel loro diritto nazionale:

    • i matrimoni e le unioni civili registrati in altri Stati membri.

    • gli adulti il cui nome sia presente in un atto di nascita emesso da un’altro Stato membro come genitori del figlio o della figlia citatə nell’atto di nascita, indipendentemente dal loro sesso o stato civile.

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Come si applica tutto questo al Regno Unito dopo la Brexit?

Anche se il Regno Unito non è più membro dell’Unione, i legami famigliari continuano a contare. Se l’UE riconoscesse i documenti di stato civile emessi in qualsiasi stato membro, la pressione potrebbe spingere il Regno Unito ad adeguarsi.

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Come posso contribuire?

Condividendo la nostra petizione e coinvolgendo parenti e amici nella richiesta all’UE d'introdurre una nuova regolamentazione per imporre che tutti gli Stati membri riconoscano pienamente i documenti di stato civile emessi all’interno dell’Unione.

Questa campagna è condotta in collaborazione con NELFA.